lunes 8 de junio de 2009

Prólogo a L´Ego Patriarcale

Prologo di Claudio Naranjo al libro "El ego patriarcal" en su edición italiana.

Fritjof Capra dice, riguardo al nostro “punto di svolta”, che in esso “la prima e forse più importante transizione si debba alla lenta e vacillante, ma inevitabile, caduta del patriarcato”. Era difficile non pensare così quando ancora vibrava in California lo spirito della “Nuova Era”, non lo è già più tanto agli inizi del terzo millennio, quando sembra che “la Grande Bestia” sia tornata ad alzare la testa. Oggi, quando il pessimismo e il cinismo davanti alla possibilità di un miglioramento della nostra situazione collettiva alimentano il disanimo e una imponente passività, ritengo opportuno reiterare la mia proposta, secondo cui abbiamo tentato di rimediare ai sintomi del nostro male senza occuparci della nostra natura fondamentale; così come avvenne nella storia della medicina quando si scoprirono i microrganismi causa delle malattie infettive, dobbiamo ospitare la speranza che un’azione orientata secondo una corretta diagnosi del nostro macroproblema ci permetta una felice risoluzione della crisi generalizzata del nostro tempo.





Questo saggio illustra la tesi che le cosiddette “grandi civiltà” sono patriarcali e la struttura patriarcale si è fatta pericolosamente obsoleta. Il che sottintende a sua volta che, se vogliamo sopravvivere a questa crisi generalizzata, dovremo mettere in discussione lo stesso concetto di civiltà. Ciò che consideriamo proprio della nostra condizione civilizzata – mostrano queste pagine – è in verità una barbarie di gran lunga maggiore rispetto a quella di coloro che ci hanno insegna-to a chiamare barbari, se solo in luogo di esaltare unilateralmente il progresso scientifico e tecnologico giudichiamo in armonia con qualità come la benevolenza, la capacità di convivenza pacifica o l’apertura alla dimensione spirituale della vita. Così come in passato inventammo i “barbari” e al contempo esaltammo la nostra superiorità al fine di arrogarci il diritto di schiavizzarli o eliminarli, oggi continuiamo nello stesso auto-inganno quando, in nome di una superiorità morale più che discutibile, giustifichiamo il dominio distruttivo che (come “signori della creazione” e suppostamente in nome dei più alti ideali) esercitiamo sulla natura e sopra le culture meno tecnologicamente avanzate. Ironicamente, la nostra pretesa superiorità si appoggia su una sorta di automutilazione psicospirituale che perpetua la nostra incompletezza esistenziale e al contempo ci porta a mascherarla dietro un velo di arroganza.


Tempo addietro, la televisione spagnola propose un interessante documentario su una tribù amazzonica in cui tutti, esclusi i bambini più piccoli, sfoggiano una bocca perforata da una canna di legno. La perforazione, si può immaginare, sarà molto dolorosa per i bambini, ma i loro genitori non sentono il minimo conflitto nel sottometterli al cruento intervento, che li trasforma, ai loro occhi, in persone complete. Un volto senza il bianco legno che fuoriesce dal mento degli adulti “civilizzati” sembra loro brutto. Tale mi sembra la nostra condizione, solo che l’operazione attraverso cui abbiamo deformato la nostra natura e acquisito codesta condizione “civilizzata” che tanto ci inorgoglisce non è fisica, ma più sottile, e interessa l’eclissi funzionale di circa due terzi del nostro cervello.


Come il sottotitolo di questo saggio annuncia, esso non solo si occupa della crisi in cui il carattere patriarcale della civiltà ci ha trascinato, ma anche di una particolare visione alternativa, proposta da un “uomo di conoscenza” che già negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale comprese che è dall’armonia di padre, madre e figlio (intrapsíchici così come biologici) che possiamo sperare in una futura società sana. La mia fiducia nelle potenzialità trasformatrici di questa concezione e, più ampiamente, nella statura profetica di Totila Albert, hanno fatto per me da catalizzatori di un progressivo processo di comprensione, che iniziò a prendere forma in una conferenza pronunciata a Santiago del Cile durante l’agonia della dittatura di Pinochet. La sua trascrizione successivamente diventò il primo capitolo del mio libro La Agonía del Patriarcado, scritto verso la fine degli anni Ottanta. I grandi mutamenti avvenuti da allora hanno reso necessario il suo aggiornamento, e da questa necessità sono nati "La civiltà, un male curabile" e "L’Ego patriarcale".


Come si vedrà, io penso che il patriarcato continui a essere oppressivo come prima nei confronti dell’espressione delle potenzialità dell’individuo e dell’evoluzione della società, ma che si trovi ferito a morte, tanto che lo stesso infuriare della sua distruttività è anzitutto espressione delle sua condizione critica. Credo, inoltre, che il sottoinsieme di coloro che ricercano – coloro a cui il fragore del mondo non ha impedito il sentiero nascosto della trasformazione – sia la nostra risorsa più decisiva per una felice transizione verso una società sana; e che non possiamo fare nulla di più importante che trasformare l’educazione patriarcale in un’educazione per il pieno sviluppo della nostra condizione “tricerebrata”.






Voglio concludere con alcune riflessioni di Willis Harman, che negli anni Ottanta scriveva: "Nella storia, i mutamenti fondamentali nelle società non vengono fuori dai dettami dei governi né dal risultato delle battaglie, ma dal fatto che una gran quantità di persone cambiano la loro maniera di vedere le cose, a volte solo un poco." Non meno rilevante, in questo periodo storico in cui l’autorità, già quasi senza prestigio, si è fatta potere puro – economico e tecnologico-militare –
mi sembra la sua affermazione: "Indipendentemente da quanto potente sia l’istituzione economica, politica o anche militare, questa persiste perché è legittimata, e questa legittimazione riposa sulle percezioni della gente. La gente legittima e può ritirare la propria legittimazione.
Una sfida alla legittimità può talvolta essere il potere di mutamento più importante nella storia.

L´Ego Patriarcale

Maria Grazia Cecchi noas hace llegar esta reseña del último liobro de Claudio Naranjo traducido al italiano: "El Ego patriarcal".

Una ocasione para mirare comme andiamo d´entendere la lingua italiana, que dicen los aldeanos. ¿Lo intentamos?




Sarà in libreria ai primi di maggio L'Ego Patriarcale. Trasformare l'educazione per rinascere
dalla crisi costruendo una società sana di Claudio Naranjo, edito da Apogeo Urrà e curato da Alessandra Callegari.


La "mente patriarcale", che ha retto la nascita e lo sviluppo delle cosiddette "grandi civiltà",
si è fatta pericolosamente obsoleta, fino a trasformarsi in un'aberrazione non più sostenibile. infatti la nostra pretesa superiorità si appoggia infatti su una sorta di automutilazione psicospirituale, che perpetua la nostra incompletezza esistenziale e ha portato all'eclisse funzionale di circa due terzi del nostro cervello e, con essa, alla generazione di una società malata, fondata su disvalori quali la prepotenza, la forza, il dominio e l'aggressione. Per sopravvivere a questa crisi generalizzata, dobbiamo mettere in discussione il concetto stesso che sta alle basi dell'organizzazione psicosociale che regge le nostre istituzioni e forme di vita, l'ego patriarcale appunto. A questo scopo, Claudio Naranjo propone l'adozione di una formula educativa nuova, capace di portare all'armonia e all'equilibrio tra le tre persone inrapsichiche di padre, madre e bambino interiore, unico rimedio per realizzare la transizione verso una società sana e vitale.
(dalla Prefazione di Franco Fabro Professore di Neuropsichiatria infantile, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione Università di Udine, Italia)


"Il punto di partenza di questo nuovo libro di Claudio Naranjo è che l’umanità si trova in una situazione estremamente critica e il progressivo riscaldamento della terra è uno dei sintomi più evidenti che il nostro mondo rischia di trasformarsi in un inferno. Come nel pensiero buddista la prima mossa di Naranjo è di tipo diagnostico. Prima di tutto egli evidenzia che una radice comune sta alla base del complesso industriale-militare, dell’autoritarismo, dell’ingiustizia, dello sfruttamento, dell’alienazione, dell’incapacità di vivere in pace, della spoliazione della terra e degli altri mali di cui soffriamo. Con lucidità, coraggio e determinazione, Naranjo guarda direttamente in volto il “mostro”, fino a oggi trascurato, responsabile dei principali problemi della nostra società: l’Ego patriarcale. Il patriarcato è una forma di organizzazione sociale gerarchica, basata sul potere maschile, con ampi riflessi sulla rappresentazione mentale degli individui. Alcune migliaia di anni prima di Cristo, in seguito al progressivo riscaldamento della Terra, il sistema patriarcale ha soppiantato le culture matristiche incentrate su una serie diversa di valori quali: la comunità, la collaborazione, la solidarietà, l’agricoltura, e più in generale le funzioni di nutrimento e di sostegno della vita. Nelle società patriarcali, il dominio maschile, che si esprime sia a livello sociale che intrapsichico, rappresenta – secondo Naranjo – l’ostacolo principale per la salute mentale e per l’equilibrio interiore.
(...)
Secondo Naranjo la possibilità di invertire la rotta e salvare il mondo parte dal lavoro che ogni singolo essere umano deve fare su se stesso. Il primo passo nel processo che porta al “risveglio”
è riassunto nel motto delfico “conosci te stesso”, che Socrate ha posto a fondamento dell’educazione alla conoscenza. Si tratta prima di tutto di entrare in contatto con il “dolore”, generato dalla carenza di Essere che costituisce la propria nevrosi. La tappa successiva consiste in un’analisi autentica del proprio carattere, che sfocia in una sorta di confessione o di autodiagnosi della propria tipologia di personalità. Da questo momento inizia un cammino psicoterapeutico, che in numerose tradizioni e culture è stato descritto come un vero e proprio itinerario iniziatico, che consiste nell’equilibrare i tre centri psichici interiori (istintuale, emotivo
e intellettuale) fino a sviluppare “un centro di gravità permanente”. Al termine di questo impegnativo “viaggio”, l’individuo raggiunge la propria essenza, una sfera dove la coscienza è pienamente risvegliata e l’essere umano manifesta un istinto liberato, una conoscenza superiore e un comportamento virtuoso. A livello sociale la risoluzione di questa crisi epocale non passa attraverso un semplice ribaltamento dei sistemi organizzativi e mentali, per esempio da un’organizzazione patriarcale della civiltà a una matristica, bensì dalla realizzazione di un equilibrio tra l’aspetto paterno, materno e filiale, nella società, nella famiglia ma soprattutto
nelle nostre menti. Si tratta di sviluppare quindi un’educazione per esseri umani tricerebrati, un’educazione per la completezza, un’educazione del cuore con uno sviluppo sia del principio materno interiore che del bambino interiore.


Naranjo definisce questo modello educativo “trifocale” o delle “tre persone interiori”, alle quali
va aggiunto l’intervento di un quarto elemento che le equilibria e le armonizza. Il quarto elemento di equilibrio consiste nella capacità di creare uno spazio interiore, di fare il vuoto attraverso la funzione di “inibizione” che è alla base della spiritualità e della meditazione.
Sempre secondo Naranjo: "Non si tratta quindi di arrivare a essere soltanto dei “tricerebrati” armoniosi, sani e amorevoli – pertanto capaci di una pace gioiosa – ma anche degli esseri spirituali. Ciò implica che, al di là di un’educazione del corpo per il lavoro, del cuore per la vita
di relazione e della mente per la conoscenza dell’universo, dovremmo avere un’educazione che favorisca la disposizione contemplativa della mente e non solo i suoi aspetti intellettuali e psicologici. Al di là di apprendere a fare, di apprendere a convivere e di apprendere ad apprendere, importa imparare a essere, per poter arrivare, attraverso il mistero del vuoto,
alla divina radice della coscienza." In questa fase critica della nostra civiltà, nella quale l’Ego patriarcale, nonostante sia moribondo, è più pericoloso che mai perché nel suo processo di distruzione cerca di trascinare con sé tutto e tutti, Naranjo intravede un’unica soluzione possibile: “Cambiare l’educazione per cambiare il mondo”. Si tratta di una rivoluzione radicale
del pensiero educativo, che deve partire da un cambiamento interiore degli educatori. Tale cambiamento dovrebbe attuarsi, a suo parere, equilibrando i tre centri psichici in tutti gli
insegnanti. A questo proposito in Spagna, in Italia e in diverse altre parti nel mondo (Brasile, Argentina e Germania) da alcuni anni è iniziato il percorso SAT per educatori, che rappresenta la realizzazione operativa delle proposte di innovazione dell’educazione di Claudio Naranjo. Il cambiamento degli educatori modificherà sia il rapporto con gli allievi e le loro famiglie, sia i contenuti dell’educazione. Attraverso una forma di contagio salvifico, il cambiamento dell’educazione dovrebbe permettere di “salvare il mondo”

miércoles 3 de junio de 2009

Una entrevista

La Revista de la Escuela Madrileña de Terapia Gestalt -lo más de lo más, ¡y esto lo dice alguien de la competencia, ojo!-, incluye en su edición de este año una entrevista, que Amor Hernandez le hizo a Francis elizalde. Transcribo la parte que concierne al asunto SATEducación:



Amor.- Estás comprometido con Claudio y el SAT de educación, ¿nos puedes contar?

Francis: Llevo un cuarto de siglo trabajándome en la línea de Claudio. Siempre me he sentido no sólo apoyado, estimulado, azuzado (apoyo y confrontación, ¡a eso me refería antes!).
Siempre que he tenido una pregunta, he encontrado no tanto una respuesta, sino una tarea,
cuya ejecución ha implicado la respuesta que necesitaba. Su obra es mi Sudoku; a medida que aumenta mi pericia, aumenta su complejidad, y sigo adiestrándome junto a él con la misma sensación de atracción y de reto que en aquellos SAT en Babia. Hace 7 años, me invitó a incluirme entre los padrinos de este proyecto, que lleva por nombre “Transformar la educación para transformar el mundo”. Y desde entonces ando en ello, ocupado en tareas diferentes: encargado de webs y blogs, impartiendo cursos y empujando junto con otros voluntarios para que el carro supere su propia inercia y en su movimiento vaya cogiendo velocidad y autonomía.


El proyecto del Sat para educadores nació con vocación de clásico. Como nacieron los impulsos
hacia la autonomía de las mujeres, el deterioro ecológico, la situación de la infancia en el mundo, los movimientos pacifistas y de desobediencia civil. Todos dieron cuenta de la crítica situación de grandes áreas, sumidas en atascos seculares que, en virtud de su misma situación de atasco, no solo frenaban el desarrollo, sino que dirigían -y dirigen- el mundo hacia el desastre.


Claudio vió el Sistema Educativo como una inmensa masa inerte que ocupaba el lugar que debía ocupar... una verdadera educación. Vió una educación que desperdicia la ocasión de hacer despertar en cada cual la propia conciencia objetiva. Pensó: Ya que todos pasamos forzosamente por la escuela, necesitamos educadores que aprovechen esa increible estructura y que no soporten la inanidad de lo que se viene ofreciendo.

Los resultados reportados por los asistentes a 20 años de SAT le convencieron para ofrecerlos a los profesores, para ayudarles en su despertar. Su plan es difundir esas herramientas, para lo que se necesita: dinero con el que becar al profesorado, gente preparada que imparta la esencia de los cursos, educadores motivados que aporten su experiencia para mejor ayudar al gremio...
El mundo educativo, visto de cerca, es un potpourri, con gente motivada, gente quemada y unas instituciones que, por lo general, huyen del miedo al fracaso galopando hacia una interminable complicación burocrática. Hay resistencias asombrosa a las que enfrentarse, y también una vocación sin la que nada será posible.

Diez paises europeo-americanos tienen ya células activas y ofrecen cursos para educadores. La Fundación Claudio Naranjo es la recién llegada herramienta de movilización de recursos. El fin que persigue Claudio es promover en todo esto una Transformación. La partida será larga, y se jugará en muchos niveles: las instituciones, la filantropía, los colectivos... Mucho por aprender, mucho por hacer. Una ocasión más para seguir en el Trabajo...

martes 19 de mayo de 2009

un breve manifiesto

Viçens Olivé me hace llegar un hermoso Power Point, del que rescato el texto, que viene a ser un decálogo.

Rastreándolo, encuentro su origen en la Librería Aletheia, que desconozco, pero que por lo que leo procura ser coherente . Ahí va su dirección: http://www.libreriaaletheia.es/articulos.asp?subcategoria=16

Y ahí va el decálogo:


Pueden establecerse diez puntos fundamentales sobre educación, aplicables a cualquier centro educativo y, más concretamente, a la escuela:


1. El educador nunca puede olvidar que todo educando sin excepción debe alcanzar la plenitud de su singularidad.


2. El educador debe actuar motivando, y no imponiendo, para que el individuo encuentre su singularidad por sí mismo.


3. La educación debe dirigirse a todas las dimensiones esenciales del ser humano: pensamiento, voluntad y amor. Las tres se coimplican, no puede ser una sin las otras, de tal manera que ninguna puede educarse completamente por separado.


4. El educador ha de implicarse integralmente en el proceso educativo, de tal manera que el mismo sea el fruto de una auténtica vocación.


5. El educando debe ser conforme a un nosotros para, más tarde, ser él mismo.


6. El educando tiene que percibir que su educación es fundamental para su grupo social de referencia.


7. El educando tiene que sentirse necesario para poder evolucionar. Es precisamente de esta manera como evoluciona su colectivo.


8. En todo conocimiento va implícita una imagen de cómo nos identificamos nosotros mismos como seres humanos. Si tomamos al hombre como un ser totalmente contingente, la educación es imposible y queda en manos del nihilismo.


9. El educando no debe identificarse con trascendentes que creen extrañamiento, sino con aquéllos que lo interiorizan espiritualmente afirmando su libertad (la cultura, el ser humano o Dios en el caso de los creyentes).


10. Educar es educarse, negarse relativamente para afirmarse con mayor plenitud, llegando de esta manera a ser el que realmente se es.

domingo 17 de mayo de 2009

Vicenç Aznaiz, alguien a conocer

Dice de sí mismo:
“Soy psicólogo y un apasionado de la educación. Me formé en los años 60-70 en la visión dialéctico-marxista y de esos tiempos quedó en mí el interés por comprender qué pasa
y por qué pasa.


Escribo en los periódicos y revistas para dar a conocer nuestra idea de infancia y participio en varios grupos de debate”.




Arnaiz brega porque la atención a la primera infancia vaya al unísono con una visión socio-laboral-educativa auténticamente humana y mamífera.





Hay una interesantísima entrevista con él en


http://perezcastello.net/temas/Vicens_arnaiz.pdf.





Para aquellos a quienes les gusta "todo empujaíto", que decía la sonora dinamita, unas pizcas:



.-Treinta años trabajando con niños y niñas ¿Qué has aprendido de ellos?



.* Que todo es posible, sólo se trata de persistir. He aprendido a compartir intimidades
con facilidad. He aprendido que el principal instrumento es la consideración, el amor:

cuando vivimos amorosamente todo termina por funcionar.
Y una cosa más: ellos creen en su transformación, saben que pueden crecer.
Ésta es la dimensión que más me apasiona de la infancia: saber que se puede crecer y, sabiéndolo, desearlo.



.- ¿Y es de verdad aprender es un placer para ellos?


.* Crecer y aprender no siempre se vivecomo un placer inmediato. Pondré un ejemplo.
Un grupo de criaturas de 2 años ante un montón de piezas de construcción: tienen un ideal, edificar una torre, pero a menudo les invade cierto desasosiego.


No son nervios, es la tensión cognitiva.


Necesitan un contexto de seguridad y de afectividad para entender que, si aquello
no sale bien, no será “su” fracaso.


Esta capacidad para vivir esta pequeña desazón como un placer es uno de los ejes del
desarrollo cognitivo de la infancia.
Cuando a los 13 ó 14 años empiezas a enamorarte, tienes palpitaciones y problemas de concentración, ¿verdad?
En realidad, saldrías corriendo, pero no lo haces porque sabes que aquello es algo bueno.



En la primera infancia ocurre lo mismo: los nuevos aprendizajes pueden conllevar un sen-
timiento de desasosiego.



Lo único que necesitan es que alguien les diga que esa inquietud es el anuncio
de una satisfacción posterior.





En http://www.capitannemo.com.ar/como%20nos%20vinculamos.htm encontramos una visión que se siente cercana a nuestro personaje. La definición de educación que compartimos al igual que Vicens Arnaiz Sancho es: "La educación debe llevar al máximo en cada individuo sus aptitudes, con el objeto de ofrecer las mayores posibilidades de éxito para su futuro". El adulto (docente) es el ordenador del medio para promover el desarrollo del niño y la construcción por parte del alumno de significados culturales.


Los docentes deben ser personas mentalmente sanas para lograr en sus clases un clima acogedor, seguro, distendido y afectuoso. Cuando nos referimos a esto, no debemos olvidar que los docentes contamos con nuestras propias historias personales, familiares, escolares y laborales. Y además cargamos con la cosificación, aislamiento y ritualización de la tarea docente, la complejidad y multiplicidad de los instrumentos de trabajo, la estructura jerárquica y piramidal de la organización del trabajo escolar, las normativas desactualizadas o las nuevas no claramente definidas en su aplicación y alcance.

miércoles 13 de mayo de 2009

Una opinión

Jordi Ventura , en http://elpoderdelaburbuja.obolog.com/padres-post-constitucionales-cangrejos-rio-42123
No estoy en línea con la opinión de Emilio Calatayud, pero me parece muy enriquecedor que se ponga sobre la mesa el debate de la “educación”, o de la “no educación”, o del “aprendizaje”; todo depende de como se mire. De la misma manera me gustaría exponer otra idea para poder aportar algo más por mi parte, y esta vez lo haré tomando como enfoque la perspectiva que Claudio Naranjo tiene sobre el mundo del conocimiento.
Te paso un enlace, Ultreia, desde donde podrás oír, de viva voz, la opinión de Claudio.
Imagen y audio de Claudio Naranjo


Estoy acostumbrado a sostener ideas a contracorriente, y pasados ya unos cuantos años no me supone ningún problema reconocerlo. Al contrario, creo que me empiezo a sentir bien con una armadura más liviana; un poco solo aún, pero bien.

Quizá por eso me encaja la visión de Claudio, ya que aún no siendo popular, no le da miedo explicarla.

El modelo de aprendizaje de Claudio Naranjo nos pone ante una escuela donde, por ejemplo, sus directrices se basen en no enseñar absolutamente nada.

¿Imposible? No, no es imposible, lo que es inaudito es que aún no nos hayamos dado cuenta de que los niños aprenden más si son libres a la hora de elegir lo que quieren aprender.

¿Una locura? No lo creo, aunque lo que si es cierto es que en las charlas y seminarios que Claudio Naranjo ofrece a educadores en activo siempre se llega a una misma conclusión: a todos les fascina, pero muy pocos lo podrán llevar a cabo.
Quizá un nuevo cambio de conciencia propicie la apertura, mientras tanto sigo pensando que un mundo mejor es posible. Y si alguien tiene la llave del futuro, estos son los niños.

Gracias por darme la oportunidad de expresarme, y perdona por no mostrarme en línea con el artículo de hoy.
¡Un abrazo muy grande, Ultreia!
Jordi

sábado 2 de mayo de 2009

Desde la Tierra Colombiana

En el esfuerzo de extender urbi et orbe la visión de la necesidad de una formación para el profesorado que sea en sí misma transformadora, la, digamos, sección colombiana, nos envía estas dos direcciones, que corresponden al área SAT y al área Gestalt.

http://www.transformacionhumana.com/
http://www.gestaltcolombia.com/

"No es una poesía gota a gota pensada/
no es un bello producto, no es un fruto perfecto,
es lo más importante, lo que no tiene nombre:
Son gritos en el cielo
y en la tierra son actos!"
que diría Gabriel Celaya.

Incluyo un poema, o una interpelación, que nos trae desde allí Jorge Llano:

"NUNCA TE ATROPELLES,
NO PASES POR ENCIMA DE TI MISMO,
MANIFIÉSTATE".

No me interesa como te ganas la vida,
Quiero saber qué añoras
y si Te atreves a soñar con unirte
Al anhelo de tú corazón.

No me interesa tu edad.
Quiero saber si te arriesgarías
A parecer un tonto por amor
Por tus sueños
Por la aventura de estar vivo

Quiero saber si puedes encontrarte
Con el dolor tuyo y mío
Sin moverlo, ni esconderlo

Quiero saber si puedes estar
En la alegría tuya y mía
Abandonarte a la danza y dejar que el éxtasis
te llene hasta la yema de los dedos de los pies y de las manos
sin advertirnos que tengamos cuidado
Que seamos realistas
Que recordemos las limitaciones
Del ser humano

Quiero saber si puedes estar solo y si te gusta.

ORIAH - Soñador de la montaña (indio americano)

lunes 27 de abril de 2009

Educacion Integral en Mallorca

En la página http://www.uib.es/ca/infsobre/estructura/instituts/ICE/FPP/jornada-educacio-integral/index.html, que es del ICE, viene el programa completo de la Jornada de abril. (en catalán: qué ocasión para castellanoparlantes para seguir aprendiéndolo!!)

Incluyo la presentación

III Jornada d'educació integral: Presentació.

L'educació integral es basa en el desenvolupament global de l'ésser humà
i té en compte els coneixements, la consciència corporal, el pensament i l'educació emocional.
Li dóna importància a aprendre a ser (actituds) juntament amb els coneixements i habilitats. En aquest procés és de vital importància la funció dels educadors i les educadores,
doncs són els creadors del clima adient per a l'aprenentatge d'actituds per contagi.

Aquesta III JORNADA D'EDUCACIÓ INTEGRAL vol ser una oportunitat per descobrir
i reflexionar amb la pràctica sobre la importància del desenvolupament personal dels educadors i les educadores.

Les activitats previstes li donaran eines i recursos per afrontar els reptes creixents de conflictes i necessitats de l'aula. Això afavoreix directament als alumnes, contribuïnt a fomentar una societat més humana.
También incluyo una fotografía de lo que son puertas, árboles y ventanas en el Casco Antiguo de Palma de Malorca

Y la reseña del equipo que participó (Ferrán no pudo finalmente asistir)

FRANCIS ELIZALDE, psicòleg i terapeuta gestàltic, membre de IPETG de Bilbao i membre del Patronato de la fundacion Claudio Naranjo.

ASSUMPTA MATEU, psicòlega i terapeuta gestàltic. Delegada de la FCN a Balears. Deixeble i col·laboradora de Claudio Naranjo als programas SAT.

JORGE VILLALONGA. Sociòleg, terapeuta gestàltic, actor, clown. Professor de teatre terapèutic. Profesor del proceso SAT. Deixeble i col·laborador de Claudio Naranjo.

MARIONA RIBAS psicòlega i terapeuta gestàltica, especialista en transtorns alimentaris i adolescènciacol·laboradora del programa SAT a Balears .

FERNANDA MARTÍNEZ-VIADEMONTE, pedagoga, formació en teràpia gestalt; màster en tecnologia i en psicologia social. Departament d'orientació en centre educatiu.

XAVIER DELGADO, psicòleg i terapeuta gestàltic. Especialista en vellesa i en educació del riure. col·laborador del programa SAT a Balears.

RAQUEL LÓPEZ, educadora social. Màster en Art Teràpia. Col·laboradora del programa SAT a Balears.

FERRAN JUAN, mestre, especialista en anglès. Terapeuta orientat en focusing. Col·laborador del programa SAT a Balears.




Jornada en Mallorca

Xavier delgado, en su Blog "10 años acompañando su crecimiento" da las noticias que siguen:
http://www.xavierdelgado.com/blog/

contacto amoroso Abril 26, 2009

...ayer, sábado, 75 docentes de mallorca asistieron al llamado de la Fundación Claudio Naranjo y la Universitat de les Illes Balears (Institut de Ciències de l’Educació-ICE) para celebrar la III Jornada de Educación Integral
por un día, el salón de actos, las aulas, el director del ICE (Lluís Ballester), nos abrieron sus puertas para que, a través de la experiencia del silencio, el contacto con el cuerpo, el teatro terapéutico y la recuperación de nuestra infancia y nuestros personajes en el aula, acompañáramos a un grupo valiente y entregado de docentes por la senda de la transformación
y el autoconocimiento que Claudio propone a través del programa SAT educa.


los nervios y los preparativos bárbaros por parte de la organización y los ponentes, como no puede ser de otra manera cuando quieres transmitir algo que valoras y deseas que pueda aprovechar a cuantos más mejor, las vivencias igualmente intensas y tiernas en las devoluciones de los participantes.

en el coloquio final en lugar de adoctrinar “qué bueno y potente es nuestro programa”, afrontamos el cierre desde una escucha interesada y auténtica ¿cómo os vais? ¿qué habeis descubierto? ¿creéis que os puede aprovechar una propuesta como esta en vuestro quehacer educativo? que fue un broche inmejorable fruto del contacto amoroso que se sucedió
de taller en taller, de encuentro en encuentro

algunos comentarios de los participantes fueron:

“ha habido un antes y un después, en esta jornada he contactado conmigo, he visto como habeis puesto mucho de vuestra parte, deciros que ofrecer una actividad tan barata también me ha animado a apuntarme y estoy muy satisfecha dfe haberlo hecho”

” aquí no hubo tanta información como suele haber en los otros cursos que yo participo,
aquí no se me ha hecho pesado, estaría haciendo más cosas -eran las 20,30 h- me he sentido muy cómoda, veo que lo que hemos trabajado aquí me es útil para la vida y para el aula”

” la vida de los maestros es dura, hay mucho esfuerzo, mucho estrés, cansancio físico y psíquico; la formación convencional suele generar cierto estrés y tensión. Esta formación de hoy a mi me ha relajado muchísimo, me ha permitido desconectar de todo. Me llevo que veo que debo potenciar mi uso del humor en el aula, he de aprender”

” la experiencia me ha llenado mucho personalmente, lo que más me ha gustado ha sido ver que aquí también hay personas como yo, con problemas, y me he sentido muy bien, he sentido mucho cuidado por vosotros, he sentido que no estoy sola y esto es guapísimo, he sentido aceptación, todo es válido y eso me ha dado mucha tranquilidad”

desde la mesa, también hubo una joya digna de retener y compartir “aquí no buscamos el éxito, sino la presencia, se aprende cuando se está”.

un contacto amoroso en Mallorca desde el espíritu SAT.

martes 21 de abril de 2009

¿árboles o puertas?


...dar con un símbolo para un universo como el de los SAT para educadores ¡tiene su miga !
los árboles me han parecido adecuados.
Millones de imágenes de árboles expresan la gama entera de situaciones requerida.
Los hay solos, a dúo, grandes, chaparros, floridos, pelados, en hilera, en ladera...
pero...
¿ y las puertas?
Puerta es aquello que separa dos áreas, aquella de la que venimos y aquella a la que vamos... ¿¿Qué tal puertas, para variar?

lunes 6 de abril de 2009

LO TERAPEUTICO DEL TEATRO I

Catalina Lladó, es Profesora de actuación, y terapeuta gestáltica; y ha trabajado con sus técnicas y su presencia para los trabajos de los SAT en los últimos años. Aquí nos presenta un artículo con el que desela los propósitos y los alcances de lo teatral.




"Lo terapéutico en el teatro, es por ejemplo, la posibilidad de recuperar el placer que todos hemos vivido en la infancia con los juegos. Retornar a esa capacidad de transformación y de ser
lo que uno imagina que es.
Explorar, descubrir, pelear, defender, conquistar, alegrarse, quejarse, reconciliarse, enamorarse, matar, morir, etc.…Son verbos que nos despertaron ese mundo maravilloso de la imaginación que llamamos ficción. Salíamos de nuestra realidad y nos poníamos en la piel del que representábamos ó de lo que representáramos.


Aprendimos a ser, imitando. Empezamos a relacionarnos con la vida, viendo como lo hacían los demás, y desplegando maneras que tal vez no veíamos, pero surgieron para poder ser vistos.

Y así fuimos creciendo.
Después, jugando, dejábamos nuestro personaje, nuestra vida real, y creábamos a otros.
Crear, nos sumergía en realidades que nos desvelaban la posibilidad de ser todos los papeles,
sin despreciar ninguno. ¡"Ahora un león, ahora un pirata, una flor, una ballena, un sol, una reina, un caracol, una ola, una hada, un cazador, un…..una…." Salir al mundo y ser parte de la gran realidad ¡Ése era el juego! Ser parte del mundo que veías, del que imaginabas y el que te contaban que existía.


Vivir esas identidades mientras: subías, bajabas, rugías, volabas, sentías… y una cosa te llevaba
a la otra, sin necesidad si quiera, de escuchar la palabra acción. ¡Qué interesante!

¿Puede el interés ser lo que impulsa todas esas acciones que el niño lleva a cabo? Si está interesado se entretiene, se relaciona con el otro, y con objetos reales ó imaginarios, explora mundos por los que va transitando, mientras juega.
Así en el teatro, en ese espacio que la realidad se llama ficción, como adultos podemos despertar el interés y ampliar el repertorio de nuestros aprendizajes. Reivindicando el juego de la vida,
querer estar de nuevo interesado en la faceta que en nuestro repertorio se agotó, ó donde uno se aburrió de repetir las mismas respuestas ó los mismos hechos.

Moldear tal como lo hace el artesano, poco a poco y con conciencia, un nuevo repertorio de expresiones, palabras, gestos, pensamientos que despierten en ti el interés por ti. Recuperar el aire fresco de la vivencia. Dice la sabiduría popular “renovarse ó morir".

Actuar te hace reflexionar sobre cómo has vivido, ó vives, y te invita a preguntas tales cómo "¿Y si aprendiera a expresar lo que realmente quiero y siento, sin que la norma sea la que responda por mí?"

LO TERAPEÚTICO DEL TEATRO II



¿Y si por un momento me intereso de verdad en creerme enamorado, y lo vivo hoy, en esta escena, con la fragilidad y el riesgo que nunca me he permitido vivir? ¿Y si saco esa fuerza
de guerrero que hay dentro de mí, y que me acostumbré a reprimir? ¿Y si fuera alguien, que puede volver a estar en intimidad con sus pensamientos, sin avergonzarse de ellos, y actuando como poeta, sonorizo esas palabras silenciadas?

¡¿Qué tal si realmente me intereso en sacarle el polvo a mi aventurero?¡

Vivir una de esas acciones a sabiendas que estás actuando es una buena manera de entretenerte, de relacionarte con el otro y como adulto utilizando objetos reales ó imaginarios explorar mundos mientras juegas.
En terapia uno va a las sesiones con la necesidad de ver y el deseo de aprender, reconociéndose cansado de sí, del otro, del mundo ó de Dios, sea este último representado en lo que uno crea. Necesitas entender, ver, reconocerte….no a través de la ficción del juego teatral, sino a través
de la ficción que es la vida real.

Es un interés común, el participar en esa obra -que es la vida-, con una buena caja de herramientas, para que puedas y, con el tiempo, aprendas a moldear artesanalmente viejas piezas, ó construir piezas nuevas - que, en nuestro caso, serán los comportamientos ó vivencias-. Así podemos convenir que, en el teatro y en la terapia, hay un movimiento de la conciencia.

La capacidad de darte cuenta de que, lo que sientes, piensas e imaginas, se abre como un abanico, desplegando un arco iris de posibilidades, que tú personaje cotidiano, ego,
tal vez ni sueñe.


Peter Brook extrajo estas palabras de un cuento sufí:
“…para poder ver otro aspecto de la realidad: su posibilidad de imitarse a sí misma…Dios inventó el teatro. El teatro será el lugar dónde los hombres aprenderán a entender los sagrados misterios del Universo…”


Un personaje al principio es letra sobre papel, ó imágenes en la cabeza del lector, que, a menudo, hablan de su vida; y no tanto de lo que el autor quiere contar.
Uno de los misterios del Universo, tal vez tenga que ver, con entregarse a lo que no existe,

es decir, al personaje. Y el actor colabora a que lo invisible se haga visible, poniéndose al servicio de lo que otro ha escrito y que por ser de la misma especie entiende, ó quiere entender.

Deja de ser y hacer lo que sabe y se dispone a adoptar la forma que el autor inspirándose en sí mismo y seguramente en alguien más, ha creado. A su vez el actor creará el personaje imitando
a otros y su “criatura” existirá mientras trabaje, para luego poder volver a su propio personaje cotidiano.
Así empieza una cadena en la que todo es de todos y la base es recuperar el placer que hemos vivido con los juegos y ser parte de la gran realidad.

Un actor es su propia herramienta de trabajo. Siendo su vida y su ser, en el más amplio sentido de la palabra, lo que aporta para actuar. Para el autor su herramienta de trabajo es la escritura, y claro está: su experiencia, su imaginación y el arte de saber escribir.
La situación que te plantea el personaje, casi seguro que no la has tenido en tu vida, ya que el lenguaje teatral dista mucho del lenguaje de lo cotidiano. El lenguaje dramático lleva el conflicto que se produce en una situación hasta su extremo, mientras que en la vida real, uno quiere vivir con cuantos menos conflictos mejor.

Uno cree que lo que vive es sólo patrimonio exclusivo, y sin embargo, al ofrecerlo como actor,
escribirlo como autor, lo convierte en patrimonio de la Humanidad. El teatro posee el misterio de convertir en universal, lo que de personal aporta el actor , lo que el autor inspirado en su vida y en la de otros, ha escrito y que el espectador entiende por su propia cosecha e imaginación.
El actor, el personaje y el espectador se juntan en una misma persona y experiencia:
¡Qué misterioso!

LO TERAPEUTICO DEL TEATRO III

¡Quién no ha tenido escalofríos, o se ha visto tomando partido por un personaje, o se ha sentido enamorado, o se ha reído al reconocerse en el escenario, o ha comprendido algo sobre las pasiones humanas, o con gran intimidad, sentado en el público, se ha descubierto pensando sobre la vida y la muerte, viendo Romeo y Julieta, Hamlet , Bernarda Alba , La Vida es sueño , La Gaviota , Casa de Muñecas o...?. Cuándo esta comunión se da, el tiempo desaparece y puede vivirse el misterio.

Actuar incluye la actitud de desprenderse de si mismo, y soltar tu personaje en público. Hacer esa práctica no es nada fácil, ya que, para ello, uno necesita estar en tierra de nadie, buscando ese nuevo ser. Eso incluye estar torpe ante los demás. Esa práctica de transitar por el “no sé como es, estoy investigando, construyéndolo” en “el rápido mundo de hoy en día” requiere coraje.
Ensayar cómo es vivir, relacionarte, expresarte de otra manera soltando la que ya conoces, es sano. Es sano porque abres el punto de mira y comprendes otras maneras de ver y ser. Haciéndolo, puedes mirar la vida como un juego en el que hay distintas maneras de estar y actuar. Disfrutar representándolo, comunicándoselo a otro, te deja el regalo de la memoria en el cuerpo.


¿Cuántas obras nos hablan de la dificultad de un personaje de ponerse en la piel de otros?
¿Acaso Bernarda Alba, siguiendo la norma social, no deja de escuchar la necesidad de sus hijas
o ponerse en su piel, hasta que acontece la tragedia? ¿No ocurre en Romeo y Julieta algo parecido, en el sentido , que la dificultad de los padres de ponerse en la piel de sus hijos y en el amor que estos sienten, les lleva a su muerte?


Y como espectadores, también tenemos el ejemplo de cómo desde el público uno se pone en la piel de los personajes. Como, en la famosa escena de los cómicos, Hamlet les pide a los actores que representen la historia de un rey asesinado por su hermano. Entre el público está el tío de Hamlet que reconoce los hechos y pide suspender la representación pues lo que ve se le hace insostenible.

¿No es el teatro, con sus grandes obras, una reflexión sobre la dificultad del ser humano de salir de sus casillas y emprender el camino de comprenderse y comprender a los demás?



El fin de la actuación es poner un espejo ante el mundo, dice Shakespeare. Actuar con conciencia nos agranda como personas.
Como dice Kevin Spacey (actor en American Beauty): “cuando represento un personaje termino convirtiéndome, no en mejor actor, sino en mejor persona”.
Esto es lo terapéutico.





(Catalina Lladó, profesora de actuación y terapeuta gestalt.)

otros enfoques, otras reflexiones...



“Nuestra civilización ha tomado un tipo de bienestarcomo el deber ser de la vida, fuera del cual no hay salvación.Este objetivo es logrado por el miedo […]. En especial, se tiene horror al fracaso.” (Ernesto Sabato, La resistencia)



"Todos los días me encuentro con jóvenes que se sienten presionados por sus padres para seguir carreras universitarias que —supuestamente— los llevarán, en el futuro, a lograr un aceptable nivel de bienestar. «La prioridad es que estés muy bien económicamente.» Y les cuesta mucho desprenderse de ese mandato paterno, darse cuenta de que en la vida no sólo es valioso estudiar para acumular dinero, que también es importante disfrutar de lo que se hace, realizar una tarea solidaria, etc. «¿Por qué perdés tiempo en eso?», es el reproche reiterado de los padres.


Me da la impresión de que el sistema educativo está cayendo en el mismo error. Los alumnos lo perciben constantemente, conviven día a día con este mensaje: «Nene, lo importante en la vida es llegar a tener una linda casa, un lindo auto, un status elevado dentro de la sociedad y tener dos hijos (no más) para experimentar la linda sensación de ser padres.» . El sentido de la vida se redujo a vivir el instante presente disfrutándolo todo lo posible. Hemos perdido la conciencia de pueblo. Todo se ha reducido al placer fugaz e individual, al bienestar de la vida privada. Para conseguir el bienestar hay que competir, no quedarse afuera de esa loca carrera.
La escuela y la televisión preparan al niño para la competencia, enseñándole a valorar el triunfo sobre sus compañeros, "ser el primero", "ser el mejor". Ésta es hoy la piedra angular de la educación: individualismo y competencia. Y terminamos generando una gran confusión en nuestros niños y adolescentes al pretender formarlos simultáneamente en el bien común y el individualismo, en la solidaridad y el desenfreno, en la búsqueda de éxito y el altruismo. Lo que enseñamos con las palabras en casa o en el aula lo borramos con nuestros actos, y a estas contradicciones los chicos las perciben claramente.


Una ética indolora

Si el bienestar es el objetivo aceptado en nuestra sociedad tendremos como consecuencia
un hombre que vive lo que Guilles Lipovetsky llama "la civilización del bienestar consumista". Estamos educando a nuestros jóvenes en una ética indolora determinada por el yo y su bienestar, en la cual los deberes para con el otro no deben ir más allá de un compromiso
que no llegue a afectar su bienestar. Enseñamos una solidaridad indolora: en tanto ello
no atente y desestabilice mi bienestar individual soy solidario. Enseñamos a asumir deberes
que mantengan inmóviles los nuevos imperativos del bienestar: salud, juventud, esbeltez, satisfacción, velocidad, poder, dinero. El sufrimiento que hay a mi alrededor nunca
debe invadir la privacidad individualista en la que vivo. Nuestros jóvenes se emocionan frente al dolor, la pobreza, la corrupción y el racismo, por ejemplo. Pero estas emociones permanecen distantes de todo compromiso real con la situación del otro. Huimos del deber y la tarea de modificar la realidad.


Por otra parte, la escuela hoy le trasmite al alumno un saber éticamente descomprometido, basado en el modelo de la neutralidad científica. Pareciera que la práctica de una profesión no tiene nada que ver con la ética. La educación que brindamos padece de una terrible desconexión entre lo que se sabe y los efectos que produce ese saber. En pocas palabras, educamos ciudadanos inconscientes del poder que les otorga el saber.


¿De qué nos sirve otorgar a nuestros alumnos todo el poder de la información si sus vidas carecen de un sentido auténtico, si yacen en la tumba del absurdo? Victor Frankl trae un mensaje urgente para nuestro mundo contemporáneo... Una educación que no lleve al encuentro de un profundo y comprometedor sentido de la vida, estará faltando a una necesidad fundamental del ser humano.


Si algo nos diferencia de un vegetal o un animal es nuestra necesidad de —y nuestra capacidad para— encontrar el sentido de nuestra existencia. “Lo que se le pide al hombre no es, como predican muchos filósofos existencialistas, que soporte la insensatez de la vida, sino más bien que asuma racionalmente su propia capacidad para aprehender toda la sensatez incondicional de esta vida.” (Frankl)



miércoles 25 de marzo de 2009

Caracter, Neurosis y Ego profesoral

¿CÓMO ENSEÑA Y APRENDE EL CARACTER? 1 y 2, en REVISTA ALCIONE


http://www.alcione.cl/nuevo/index.php?object_id=207

Un artículo sencillo e interesante que me hizo llegar Itziar Martinez . Se encuentra en la revista digital Revista Alcione, que es una página creada en Chile, que se esfuerza en ofrecer información valiosa para interesados en los asuntos de la esencia de la vida (Assagioli, Budismo, Cábala, Cuarto Camino, Krishnamurti...) Allí aparecen estos dos artículos que relacionan los problemas de la educación con lo que algunos han llamado "El Ego profesoral".

El marco de referencia es la idea de Carácter en W. Reich . Para este autor es posible discernir estructuras psicofísicas estables que nacen como defensas y actúan como tales, pero que terminan por volverse verdaderas corazas que nos dejan encerrados en su interior.

Así, los autores de los artículos se preguntan qué topes y qué ventajas se observan cuando el profesor es una persona esquizoide, u oral, o masoquista, o psicopático, u obsesivo-compulsivo, o histriónico, que vienen a ser los nombres dados a las distintas configuraciones de carácter.


Anoten el paralelo entre este estudio y el que se hace utilizando el eneagrama como plantilla de referencia. (¿Cómo enseñan los educadores 2, 3, 1...?) Aquí hay 9 tipos; allá, 6, pero en ambos casos se piensa en cómo la rigidez de los agentes educativos (enseñante y aprendiz) pueden influir en los logros educativos.


Conozco desde hace 30 años intentos de aunar ambos esquemas, de manera que a tal eneatipo
le corresponda tal tipo bioenergético. En esos intentos, algunas evidencias -pocos 5 histriónicos, pocos 9 orales...- conviven con zonas mal definidas. Juan José Albert, del IPETG de Alicante, ha preparado durante años un modelo psicodinámico congruente que resuelve el puzzle satisfactoriamente. Estamos impacientes por que su estudio "Ternura y Agresividad" vea la luz (en ediciones Mandala, creo).

Me voy a permitir fusilar aquí unos extractos de los artículos; si les parecen interesantes,
visiten la página original siguiendo el enlace "supra" . Hay cosas verdaderamente logradas,
como la "explicación del Teorema de Pitágoras por parte de los distintos tipos de carácter."..

Y dense una vuelta por el "Mapa del sitio" de Alcione. Hay estupendos aperitivos ("aperitivo: que abre el apetito..)




¿Cómo enseña y aprende el carácter?



A continuación, describimos algunos rasgos típicos de los diversos estilos de carácter, cuando están implicados en una actividad de enseñanza. Se trata, en general de actitudes de personas bastante “entrampadas” en su carácter, en cuanto a presentar actitudes muy estereotipadas, dinámicas rígidas, bloqueos importantes de la circulación energética, y coraza muy dominante y determinante.



El carácter esquizoide :Hemos observado un alto porcentaje de docentes de la enseñanza superior en matemáticas con este estilo de carácter (entre 30% y 40%)

Puede tener una compresión cabal y original de los contenidos que enseña, pero usualmente “cuenta su historia, desde su mundo”. No manifiesta el impulso de colocarse realmente en el lugar del otro, aunque a veces pueda adivinar lo
que el otro (típicamente, el alumno) está pensando. Rara vez hace contacto ocular con sus interlocutores, estudiantes en particular. Lo más frecuente es
verlo hablar hacia el pizarrón o telón, en lugar de dirigirse a su auditorio y “sentir” sus reacciones. Sus exposiciones muchas veces recuerdan un soliloquio más que otra cosa. Sería incluso capaz – lo hemos visto – de comenzar a hacer una clase al curso equivocado, sin darse cuenta, ya que evita el contacto con las personas que forman su auditorio. Su discurso oral es habitualmente monocorde, carente de inflexiones o énfasis marcados. Con frecuencia emplea, tanto oralmente como por escrito, términos defensivos como “obviamente”, “por supuesto”, “evidentemente”, como si quisiera precaverse de antemano de la crítica de un interlocutor o un lector malévolo. Como siente que el mundo es hostil y peligroso, trata de no dar pie a ninguna agresión del medio. Se observa, en casos extremos, que al hacer una pregunta a un colega, por ejemplo, dirá: “tengo una pregunta totalmente estúpida”.A veces, redacta en forma telegráfica, se guarda cosas, que da por “obvias”, y otras veces abruma a sus alumnos con demasiada información, por no ponerse en su lugar. Gracias a su claridad conceptual, capacidad de visualización y pensamiento lógico, e imaginación, puede ser un docente muy creativo, en los casos más favorables. Sin embargo,
es sobre todo eficaz enseñando a sujetos innatamente dotados para el tema,
ya que le es difícil ponerse en el lugar de alumnos que están en un nivel 0 o
más abajo, al comenzar su aprendizaje.


El carácter oral:

En su aspecto compensado, siente la educación como nutrición que puede dispensar a los demás. Desarrolla entonces fácilmente una actitud “maternal” hacia los alumnos, a quienes consagra mucho tiempo y energía. Se observa
esta actitud en profesores que se han comprometido entusiasta y abnegadamente con el proceso de reforma educacional, sacrificando su tiempo, energía e incluso recursos económicos. Han asumido así muchas veces una carga demasiado pesada y sufren al cabo de un tiempo el “retorno del péndulo” de la dinámica ciclotímica del oral, entrando en la fase de colapso. Se observa entonces depresión, somatizaciones (incluso cardiovasculares), de catastróficas consecuencias. Se encuentra poco frecuentemente el perfil típico del oral colapsado en los profesores. Prima, frente a él, aquel del oral compensado.


Carácter psicopático:

Tiende a transformar el acto docente en una performance, que suscite admiración. Se preocupa más de cultivar su imagen que de ponerse en el lugar
de los aprendices. Asume con facilidad una postura patriarcal y represiva, como detentor de todas las preguntas y todas las respuestas. Puede jugar un rol de líder, falsamente inspirador, como docente. En casos extremos, aterroriza a los alumnos, particularmente mediante los instrumentos y métodos de evaluación. En la mayoría de los casos suele ser manipulador y controlador al evaluar. Se lo encuentra, frecuentemente, en cargos con poder administrativo en el sistema educacional, desde los cuales ejerce una acción represiva sobre los profesores
del sistema.


Carácter obsesivo-compulsivo:

Manifiesta algunas ventajas comparativas, en lo que a organización, acuciosidad y cuidado por los detalles se refiere. Puede ser un buen planificador de actividades, exhaustivamente descritas. En general, sin embargo, aparece como poco apto para plasmar toda una técnica o un desarrollo teórico en una sola imagen, o para improvisar, según sean las reacciones de su auditorio de aprendices. Es temeroso de la innovación y de las situaciones abiertas. Quisiera contar con un guión detallado pre-establecido antes de involucrarse en cualquier cambio de su metodología de enseñanza. Por estas razones, aparece como un sujeto sumamente renuente a comprometerse en un proceso de reforma educacional como aquel en curso en nuestro país.


Carácter masoquista:

Este estilo de carácter se ve fuertemente representado entre los profesores de enseñanza media, en el curso de procesos de reforma como el actual en Chile.
Al trabajar con varios grupos, de aproximadamente una docena de profesores,
en paralelo, se observa como grupos enteros entran en una dinámica de desesperanza: “El intento de alcanzar los objetivos de la reforma está destinado al fracaso, nuestras condiciones materiales son demasiado precarias y la carga horaria excesiva, en comparación con la de otros países en que este tipo de proceso puede haber tenido éxito. Las condiciones de trabajo son demasiado duras y no hay reconocimiento por la labor realizada, etc. ”Se observa sin embargo, que otros grupos de profesores, que recibieron los mismos estímulos que éstos – exposición magistral de algunas ideas claves de la reforma educacional, por ejemplo –se comprometen en otras dinámicas, mucho más activas o constructivas.


El carácter histriónico:Suele ser algo confuso como docente, aunque su plasticidad histriónica sea una ventaja comparativa.Se lo encuentra poco frecuentemente entre los docentes en el área de las matemáticas. Sin embargo, hemos registrado casos de profesores, en áreas científicas vecinas, que recurren a toda una actuación teatral para transmitir ciertos contenidos a sus alumnos y desarrollar su capacidad de observar y diagnosticar (en el ámbito de la medicina psicosomática). Aparentemente, en casos como éste, la componente histriónica del carácter, con su facilidad de actuación y de hacer “como si” es crucial para éxito del método. Esta misma componente, sin embargo, parece propender a
una cierta vaguedad, falta de precisión y claridad conceptual en la transferencia
o interacción cognitiva con los aprendices. Frecuentemente tiene dificultades para explicitar relaciones causales, lógica o estructurales, entre distintos objetos o ideas. Así, por ejemplo, empleará con frecuencia expresiones como “esto tiene que ver con…”, sin llegar nunca a poder describir con precisión cuál es el tipo
de relación al que se alude.




lunes 23 de marzo de 2009

Hik Hasi entrevista a Claudio Naranjo

En su número 136 de Marzo de 2009, la revista HikHasi entrevista a Claudio Naranjo.

Esta revista es una referencia esencial de la pedagogía en lengua euskera. Sus números monográficos son ensayos referenciales de cuestiones de educación. Los últimos números -para que os hagais una idea- están dedicados a temas como el trabajar la convivencia en los espacios educativos, la experiencia de las escuelas de Reggio Emilia, el Constructivismo y la educación, el sistema educativo finlandés...


Gracias a su amabilidad, reproduzco aquí la entrevista traducida al castellano.
Gracias especiales a Olatz, desde Hik Hasi, y a Íñigo Unanue, que ideó y promovió este trabajo.


Al respecto de la entrevista en sí misma, veo a Claudio especialmente vibrante e inspirado en esta versión suya ("rendering", es el término que me viene) de su pensar acerca de lo que la educación necesita y contiene.
(Por esta vez me salto la normal disposición de los artículos en un Blog: he dividido la entrevista en tres capítulos y los edito para que se puedan leer sucesivamente).



Entrevista a Claudio en Hik Hasi, 1

Primera pregunta: Es necesario cambiar la educación para cambiar el mundo como Usted afirma en el título de uno de sus libros?

Claudio: Por supuesto. Estoy convencido que la única manera de cambiar el mundo es promover un cambio masivo en la conciencia. Todo sigue a la mente, nuestro comportamiento depende de nuestra mente y el comportamiento del mundo depende de su mente.
Por lo tanto, necesitamos mejorar la mente de todos – masivamente – y no creo que ninguna religión pueda hacer esto porque las personas son…..como es el dicho: muchos son los llamados pero pocos son los elegidos. Se necesita mucho trabajo para hacer, para mejorar la mente de uno. Se necesita disciplina, también se necesitan oportunidades, se necesita ayuda, se necesita tiempo. No veo tampoco que la psicoterapia mejorará mucho la conciencia de las personas porque es un proceso difícil y hoy en día las personas no pueden pagar para hacer psicoterapia…..todo es muy costoso. Los psicoterapeutas también tienen que vivir y además los pacientes se encuentran cada vez más y más atrapados en un mundo con trabajos que pagan cada vez menos…..trabajos que esclavizan implícitamente a las personas. Hay que trabajar muchas, muchas horas para poder sobrevivir en el mundo de hoy...

Así que creo que solamente la educación pueda hacerlo porque podría prevenir la caída,
la degradación de la conciencia en la infancia temprano. Especialmente, necesitamos parar
lo que nos ofrece hoy en día la educación. Que es – según yo lo veo – una cosa muy estrecha, simple información que no influye de ninguna manera en el crecimiento de las personas. Necesitamos crecimiento; necesitamos que las mentes de las personas sean más profundo
y que las personas puedan encontrarse a si mismo. Y que las personas sean felices antes
de que logremos una sociedad feliz.

La educación necesita ser redefinida. Redefinir para significar algo diferente. Un significado,
no solamente poniendo instrucciones sino un significado ayudando a las personas a desarrollarse como seres completos. Con el corazón, incluso con el instinto integrado en el ser, porque tenemos una sabiduría instintiva sin la cual no somos completos, no estamos sanos.

Segunda pregunta: Usted ha dicho que nuestra educación es absurda y que la educación formal y tradicional es una perdida de tiempo. Y también dice que hay una crisis en la educación.

Claudio: Mi comentario sobre esto es…..naturalmente! Y no solamente yo afirmo estas declaraciones. Que existe una crisis en la educación es lo que puede ser constatado por cualquier persona, esta en los periódicos todo el tiempo. Ha sido demostrado por el hecho que las personas jóvenes ya no quieren lo que les es ofrecido como educación. Y se resisten a ello y parecen no estar muy interesados ni tienen muchas ganas en aceptarlo. Parece que rechazan ser educados en la dirección definida por las autoridades.
Que la educación, como la conocemos, es una pérdida fue dicho – muy elocuentemente – por Ivan Illich, quien utilizó la propuesta de “deschooling” – desescolarización – pensando que las personas estarían mucho mejor sin esta obligación de dedicar tanto tiempo de sus vidas
para ser tratadas como idiotas en un sistema autoritario y ser apartados de sus familias
y de la vida misma.
Yo digo que la educación es muy destructiva pero que las personas que han sido formadas
como educadores no pueden verlo. Precisamente porque ellos han recibido un lavado de cerebro debido a su formación. En ver las cosas como quiere la tradición o como quiere el sistema.
La educación ha sido diseñada para perpetuar la clase de mente que tenemos y se basa sobre una suposición errónea: que la clase de mente que tenemos es algo bueno. No tiene en cuenta que justamente esta clase de mente que tenemos es el verdadero problema del mundo.
Nosotros somos el problema del mundo.

La educación no debería tener como propósito la reproducción de nuestra conciencia ordinaria. Pero sí hacer algo diferente para hacernos mejores.

Tercera pregunta: Usted propone “Holismo” en la escuela. Podría explicar este concepto?

Claudio: Holismo significa "educando el todo lo que somos". En otras palabras: una educación completa. No solamente una educación intelectual. Educar todos nuestros niveles. Somos cuerpo y emociones e intelecto…..y algo más profundo que todos estos. Algo que tradicionalmente fue llamado “espíritu”. Y hoy día, es llamado el aspecto transpersonal. Deberíamos recibir educación física, deberíamos recibir educación emocional y educación del corazón si lo quieres llamar así. Recibimos educación intelectual pero solamente intenta enseñarnos sobre el mundo exterior. También debería ser utilizado para enseñarnos sobre el mundo interno. Y todo esto queda pequeño comparado con lo que podríamos llamar conciencia. No tenemos hoy día una educación de la conciencia.

Muchas personas ni siquiera saben que existe algo llamada conciencia que necesita ser explorada y desarrollada. La mayoría de las personas no saben que su vida es algo parecido a una vida encarcelada. Una vida que se desarrolla dentro de unas fronteras muy estrechas;
ni saben que ellos pueden ser liberados. Sus mentes podrían ser liberadas para hacer su campo de experiencias mucho más amplio. Y su perspectiva de las cosas mucho más profunda.

La siguiente pregunta dice: Usted confirma que necesitamos una educación para el desarrollo humano que no sea principalmente intelectual, que no esté limitada a transmitir información y que abarque el dominio afectivo, que no sea un entrenamiento en obediencia y que esté orientada al individuo como un ser completo.

Claudio: Si! Esto es exactamente lo que he dicho. Aunque usted ha añadido el asunto de la obediencia. Creo que es importante fijarse hasta qué punto la educación es autoritaria porque estamos tan acostumbrados a que es como es, que no es percibida como una educación en obediencia. Una educación que interfiere con el sentido de la libertad de las personas.
Sin embargo, si creemos en democracia, necesitamos prestar mucha atención a la ayuda del desarrollo de individuos libres. De lo contrario, la democracia se convierte en solamente una etiqueta y un fraude. Democracia sin una educación de demócratas resulta ser una especie m> de fraude. Las personas tienen que aprender a ser ellos mismos estando con los otros y relacionarse con los demás de una manera autentica.

Entrevista a Claudio en Hik Hasi, 2


Siguiente pregunta: ¿Como puede la educación contribuir a la armonización de los tres partes del cerebro: razonamiento, emoción e instinto?.

Claudio: Yo diría que de dos maneras. Primero: dando espacio a cada uno de ellos.
No hacerlo de manera que las demandas intelectuales sean tan exageradas que eclipsen
todo lo demás. Esto no deja nada de espacio para la vida de los sentimientos o las relaciones...y aprender a vivir.

Usted ha mencionado el instinto y yo siento profundamente que la educación en este sentido tiene que ir en contra de un error. Una especie de enfermedad generalizada que forma parte
de nuestra civilización. La civilización – hace unos seis mil años atrás – se volvió en contra
de la naturaleza y contra la naturaleza interna. La civilización pretende dominar la naturaleza.
Y se supone que nosotros debemos dominarnos a nosotros mismos. Y hemos sido domesticados para lograr esto. No estamos en contacto con nuestro ser instintivo, con nuestro ser instintivo sano. Podríamos decir que no estamos en contacto con nuestro niño interior. Hemos enterrado
la espontaneidad del niño y la espontaneidad del instinto sano que también tenemos.

Así que parte de la educación necesita incorporar lo que hoy día es tarea de la psicoterapia.
Los psicoterapeutas alivian el sufrimiento humano aliviando la represión en este sentido. Permite a las personas saber lo que quieren y les ayuda a sentir que tienen derecho a sus necesidades y deseos básicos.
Nosotros, como cultura, hemos criminalizado nuestras necesidades y nuestros deseos, somos demasiado inhibidos. La educación es autoritaria en la forma que perpetua esto. Manteniendo
a todos tranquilos y callados. Todos obedientes a normas de una manera que es tan exagerada que empobrece nuestra humanidad.
Por lo tanto, básicamente estoy diciendo: una forma de convertirnos en humanos completos es tener espacio para cada área de nuestra vida, cada faceta de nuestra vida.

Segundo: para la cuestión de la atención o la neutralidad, incluso se puede utilizar la palabra meditación. La habilidad de darse cuenta de uno mismo como un testigo neutral. Algo insólito, que hoy día no se enseña exceptuando en las tradiciones espirituales. Sin embargo, el darse cuenta es la base para la armonía. El factor que armoniza. Darse cuenta permite que los conflictos se solucionen. Cuando no somos concientes, cuando no nos damos cuenta, nuestras diferentes partes luchan y es como personas ciegas golpeándose en la oscuridad. Cuando hay luz, nuestras partes se alinean. Por naturaleza.
Así que parte de la educación debería enseñar a las personas a estar presente en el momento.
No solamente prestando atención a esto o a lo otro, sino prestando atención a su experiencia
del momento. Darse cuenta de lo que esta pasando por dentro, en otras palabras, ser capaz de percatarse. Y no convertirse en robots.

La siguiente pregunta es: Como ve Usted una educación en amor o hacía el amor?

Claudio: Mi respuesta es….en el significado más sencillo de la palabra. Que es….un buen corazón. O amabilidad. La pregunta entonces cambia a ¿como educar a las personas para que sean benevolentes, como educar a las personas a no ser esencialmente resentidas, vengativas o enojadas con los demás?. Hoy, sabemos muy bien que esta forma de benevolencia no puede ser lograda solamente con buenas intenciones o a través de sermones o ideales.
Se necesita algo de psicología. El progreso psicológico de hoy día hace posible entender que
el rencor es una enfermedad. Algo que fue implantado en nuestra infancia. Y que puede ser eliminado, exorcizado de alguna manera. Con un entendimiento adecuado. Estamos enfadados
los unos con los otros porque originalmente estamos enfadados con los primero seres con quienes nos hemos relacionados y que fueron nuestros padres. Y nuestro enfado con nuestros padres es una respuesta natural al trato violento que hemos recibido de nuestros padres, a pesar de su buena voluntad y sus mejores intenciones. Simplemente porque somos el reflejo de nuestra cultura, de nuestra civilización. Ellos, a su vez tuvieron padres quienes a su vez tuvieron padres. Por lo tanto, parece que todos somos portadores de una enfermedad que pasa a través de generaciones. Si estamos enfadados, como Freud ha demostrado, estamos enfadados con los demás porque básicamente estamos enfadados con nuestros padres. Algo tiene que ser reparado en nuestra relación con los padres. Esto es una especie de intervención terapéutica que podría ser añadido en el campo de la educación. Por lo menos en la adolescencia cuando ya hay suficiente vida para mirar atrás.

Esto es una cosa que pueda ser dicha sobre la educación del amor. Pero yo veo que el amor no es una cosa sola, sino tres. Una forma de amor es la benevolencia, un buen corazón. Una otra forma de amor es la admiración o el respeto. Y esta forma de amor también es importante porque si no hay bastante respeto o veneración o devoción, la vida se empobrece enormemente. Si no apreciamos a las personas, las personas se convierten en una interferencia. Si no nos hacemos
lo suficientemente pequeños como para poder mirar arriba a las cosas, no vemos la maravilla
de las cosas. Hoy día todo el mundo quiere decir: vean lo grande que soy. Y esto es un mal negocio. Es mucho mejor ver la grandeza de los demás.

Y hay un tercer camino, una tercera forma de amor, un aspecto del amor que es la alegría.

La mayoría de las personas tienen problemas con la alegría, con la diversión; la mayoría han aprendido a reprimir su alegría. O de infravalorar la alegría, de posponerlo a favor de otras consideraciones. Como las conveniencias o el reconocimiento o la vanidad….y así sucesivamente. Hasta incluso el deseo de ser amado en el sentido de ser mimados o recibir la atracción romántica de otros. Cuando no hay suficiente capacidad de disfrutar – ni siquiera la vida religiosa,
ni siquiera la vida devocional puede ser un éxito. La alegría y el disfrute tienen que estar presente en todas nuestras actividades. Y la mayoría de las personas no se dan cuenta de que han perdido este órgano de alegría. La alegría tiene que ser cultivado a través de la música,
a través del baile, a través del contagio, a través de la valoración apropiada, a través del reconocimiento de su importancia.
Hoy día la educación es un sitio terrible para la alegría.
Ni siquiera está el entendimiento ni la comprensión por parte de muchos de los profesores
que los niños son….deberían ser felices o que educar significa intentar hacer feliz a los demás.
Se supone que la educación debe ser severa…..!

Entrevista a Claudio en Hik Hasi, 3

Otra pregunta: Mejorar la enseñanza que es dada a la gente joven en la escuela es para poder entrar en el mundo laboral con las mejores ventajas. Con el mejor éxito posible.

Claudio: Mi respuesta es: esto es una verdad tan grande que yo he dicho muchas veces
que la educación es el socio invisible del sistema militar e industrial. Que la educación entrena
a las personas para vender y comprar, entrena a las personas para formar parte de la masa trabajadora, para ser trabajadores obedientes. Se da mucho más énfasis a lo práctico
y lo funcional que al desarrollo humano. Y la única explicación existente es que hay
un interés en el sistema….que a los políticos les interesa que sea así.

Algunas veces he llegado a decir que apenas enseñan a las personas para pasar exámenes.
No se enseña sabiduría. Ni siquiera entendimiento. Pasar exámenes es principalmente
un asunto de repetir la información. Y es ridículo, criminal en última instancia.
Coger la atención de las personas para enseñarles a pasar exámenes….que es algo así
como un billete para el mundo de los negocios, para el mundo laboral. Un billete que deja
pasar a algunas personas y….discrimina….y no permite la entrada a otros. Y parece que sea
una cuestión de justicia pero no es una cuestión de justicia. Es una cuestión de cuanta vida hogareña es compatible con estudiar. Hasta los padres son felices que sus hijos son enseñados
a pasar exámenes. Y ellos no se dan cuenta que queriendo esto más que nada, están más orientados hacía esta meta que hacía la bondad de sus almas. Es algo como queriendo que sus hijos vendan sus almas al diablo.

Pregunta: Cual puede ser la razón que la escuela ya no interesa a los jóvenes?.

Claudio: Yo creo que los jóvenes son muy perceptivos y para ellos es muy obvio que lo que representa educación es de poca relevancia en sus vidas. La educación esta muy obsoleta. Particularmente es una…..yo a veces digo que es como forzar a las personas a comer arena,
que no es nada nutritiva.
He analizado este tema en un capitulo de mi libro sobre educación titulado: “Una educación de la persona entera para un mundo unificado”, pero sería demasiado largo para entrar en ello ahora mismo.

Ultima pregunta: Terminemos con un mensaje positivo, ya que usted dice que, a pesar de las resistencias, la educación es nuestra mejor esperanza.

Claudio: Correcto. El mensaje positivo es que hay esperanza. Pero no debemos volvernos
tan esperanzadores que no podamos ver cuanto necesitamos trabajar en las resistencias.
Que cambiando la educación llega a todos los niveles. Uno podría pensar: que los profesores querían una nueva educación y esto no es tan cierto. Hay muchos profesores que están hartos
de la educación, que están quemados. Viviendo esta agonía durante tanto tiempo les ha hecho perder su vocación. Simplemente quieren sobrevivir. Y los políticos de educación, los directores
y aquellos que dictan la política de la educación…..yo supongo que son otros dictados de los gobiernos. Y los gobiernos no han hecho gran cosa para la educación cuando han respondido
a las quejas de la comunidad y la critica evidente sobre la crisis educacional.
Preguntan más bien estúpidamente si querrán más escuelas o más paga o más presión
sobre aprender ciertas materias pero nunca preguntan en la dirección correcta,
cuestionando el concepto de la educación tradicional.

Los gobiernos – hoy día – están sujetos a políticas internacionales. Podríamos decir que vivimos bajo el yunque de un fuerte emperio de negocios que tiene sus propias directrices. En un mundo globalizado, sus políticas económicas han dominado todo y la educación se ha convertido en un negocio más. Mucho es dicho en términos de privatizaciones para que sea la propiedad privada que pueda controlar la educación. Yo creo que esto apunta hacía una dirección desesperada
e inútil, si queremos cambiar la educación como yo lo he descrito. Yo siento que nuestra esperanza necesita residir en la voz de la comunidad. La comunidad necesita aprender a emplazar a sus políticos el énfasis en la educación en sus programas. No en más educación
de la manera que tenemos ahora sino una nueva forma de educación.

Necesitamos un mundo nuevo y solamente podremos tener un mundo nuevo con una clase nueva de personas. Con lo que San Pablo solía decir : un hombre nuevo. Dejando atrás
el hombre viejo , no solamente en el sentido individual de la personalidad obsoleta,
sino también al hombre viejo que hemos conocido a través de la historia de la civilización. Debemos estar preparados para algo radicalmente nuevo. Y la educación – yo creo – es la Puerta. La evidente y única puerta.

lunes 9 de marzo de 2009

Enlaces interesantes del "Transformar la educación..." 1

Un colectivo que se autotitula "¡Empujaíto!", envía para su inclusión en este blog la siguiente relación de links.

"Leyendo el "Transformar la educación para transformar el mundo" de Claudio Naranjo, nos vimos tentados a hacer un listado de los autores a los que recurría para exponer su pensar. Decidimos dejar fuera las referencias más corrientes: los grandes clásicos, básicamente. Tras esta criba, nos autoencargamos la tarea de encontrar enlaces internetianos a cada autor. Y finalmente, nos decidimos a compartir con el universo mismo nuestros resultados, y ello con una finalidad dúplice. Por un lado: queremos sencillamente facilitar a los interesados esta colección de interesantes, muy interesantes enlaces. Por el otro, ilustrar el método de trabajo del autor, que es, no lo olvidemos, un ejemplar silvestre de esos gestaltistas antiteóricos que tan mal parecen a los gestaltistas proteóricos en general.
El presente presente será publicado en dos entregas.

suerte. Y, de nada"...


George Leonard http://www.esalenctr.org/display/bio.cfm?ID=6
Juan Cassasus http://www.anped.org.br/rbe/rbedigital/RBDE20/RBDE20_05_JUAN_CASASSUS.pdf
Grace Llewelyn http://lowryhousepublishers.com/TeenageLiberationHandbook.htm
http://www.freechild.org/unschooling.htm
Edgar Morin http://www.bibliotecasvirtuales.com/biblioteca/Articulos/los7saberes/index.asp
Michel Parenti http://www.michaelparenti.org/
Subcomandante Marcos http://submarcos.org/
Ignacio Matte Blanco http://www.apch.cl/document/matte_blanco.pdf
Gerda Lerner http://en.wikipedia.org/wiki/Gerda_Lerner
Joseph Campbell http://www.jcf.org/new/index.php
J.J. Bachofen http://es.wikipedia.org/wiki/Johann_Jakob_Bachofen
Robert Briffault http://es.encarta.msn.com/encyclopedia_761560467/Robert_Briffault.html
Suzuki Roshi http://www.youtube.com/watch?v=pHNyCAJXUXE
Theodore Roszack http://hps.infolink.com.br/peco/mut01c.htm
Noam Chomsky http://www.chomsky.info/ y http://www.infoamerica.org/teoria/chomsky1.htm
Willis Harman http://www.shiftinaction.com/discover/luminaries/willis_harman
Ralph Chaplin http://en.wikipedia.org/wiki/Ralph_Chaplin
Gabriel marcel http://www.monografias.com/trabajos16/gabriel-marcel/gabriel-marcel.shtml
Marija Gimbutas http://www.celtiberia.net/articulo.asp?id=529
Eve Figes http://biography.jrank.org/pages/4313/Figes-Eva.html
Mary Daly http://www.marydaly.net/

sábado 7 de marzo de 2009

POLEMICA: continuando 1


(Quirón dijo...)

tiro de wikipedia y te respondo:"La pedagogía es un conjunto de saberes que buscan tener impacto en el proceso educativo, en cualquiera de las dimensiones que este tenga,
así como en la comprensión y organización de la cultura y la construcción del sujeto.
Es preciso señalar que es fundamentalmente filosófica y que su objeto de estudio es la Formación, es decir en palabras de Hegel, de "aquel proceso en donde el sujeto pasa de una conciencia en sí a una conciencia para sí y donde el sujeto reconoce el lugar que ocupa en el mundo y se reconoce como contructor y transformador de éste".

La Educación (del latín educere "guiar, conducir" o educare "formar, instruir")
puede definirse como:.- El proceso multidireccional mediante el cual se transmiten conocimientos, valores, costumbres y formas de actuar. La educación no sólo se produce
a través de la palabra: está presente en todas nuestras acciones, sentimientos y actitudes.
Incluye los procesos de vinculación y concienciación cultural, moral y conductual.
Así, a través de la educación, las nuevas generaciones asimilan y aprenden los conocimientos, normas de conducta, modos de ser y formas de ver el mundo de generaciones anteriores, creando además otros nuevos

Y, "la palabra didáctica deriva del griego didaktikè ("enseñar") y se define como la disciplina científico-pedagógica que tiene como objeto de estudio los procesos y elementos existentes
en la materia en sí y el aprendizaje. Es, por tanto, la parte de la pedagogía que se ocupa de
los sistemas y métodos prácticos de enseñanza destinados a plasmar en la realidad las pautas
de las teorías pedagógicas.
2 de marzo de 2009 11:01


Neus dijo...
Respondiendo un poco a tu pregunta de "hasta dónde es cierto"... lo que señalo en mi comentario, me apena decirte que ni siquiera me refería a formación personal!!!!

Ésta, por supuesto, no está en ningún caso considerada. Mi aportación sólo se extendía
a la pura formación en Didáctica i Pedagogía que en principio los educadores deberíamos,
al menos, conocer. Los profesores de secundaria son, salvo pocas excepciones, licenciados
en Matemáticas, o en filologías o en Historia y hoy en día, no es suficiente formación para nuestros alumnos de ESO. Yo personalmente pienso que tampoco es suficiente formación
para el bachillerato, pero no se nota tanto!!! La formación personal, -por lo que veo igual que en
los estudios de psicología-, queda a cargo y responsabilidad de cada uno!!! En la formación de magisterio es un poco distinta y sí se trabajan aspectos pedagógicos y didácticos pero no de desarrollo personal.
Me alegro de empezar esta discusión quizás después del análisis se nos ocurren soluciones!!! .
2 de marzo de 2009 19:42

Anónimo dijo...
Desde el momento en que formamos parte de este sistema educativo por lo menos, como tu dices, somos un pilar y seguramente creyendo que, lo que hacemos, es lo correcto somos
uno de los males.
En mi instituto (es de formación profesional) la mayoría del profesorado es técnico
y todos están de acuerdo en que en este nivel de educación sólo debemos pensar
en que el alumnado salga preparado para encontrar un trabajo.

Actualmente estamos empezando a diseñar un proyecto tutorial a través de objetivos o resultados a conseguir. De acuerdo con el resultado que queramos obtener diseñamos
cuatro fichas: 1). recursos necesarios; 2), cambio en los procesos (pero este apartado habla de los procesos de calidad: impresos a rellenar y formas).3), Qué hacemos con las personas. 4), Cómo evaluamos el objetivo o resultado a conseguir.

Después de haber elaborado todo el plan llegamos a un punto importante: Todo este diseño está hecho por nosotros (el equipo actual de trabajo); ¿qué pasará el curso que viene cuando el nuevo equipo se incorpore a este proyecto? ¿lo vivirán como un protocolo más a cumplir? Estas cuestiones nos llevaron a un punto importante: en nuestro centro se necesita iniciar un debate sobre qué entendemos con la función de tutoría; estamos preparados para llevar adelante un trabajo tutorial con otro de los pilares, el alumnado, a los que en muchos momentos sólo los vemos como trabajadores potenciales.

En una entrevista que le hicieron a Jose Luis Sampedro sobre la situación económica actual, la esclalvitud de la innovación, las relaciones humanas actuales le preguntaron ¿Y cómo se cambia esa mentalidad ese estilo de vivir?. Su respuesta literal" Con la educación, no hay otra forma. Pero eso por un lado choca con que los privilegiados no quieren que las cosas cambien y por otro con que los efectos de la educación son a largo plazo. Sinceramente, me temo que tendremos que esperar a que se noten los efectos de una crisis catástrófica..".
Si trasladamos esta respuesta a la escuela me pregunto con qué nos podemos encontrar:
1). ¿Estamos dispuestos a implicarnos en el cambio o como dice Sampedro somos unos privilegiados?.
2). ¿lograremos un punto de encuentro entre dos de los pilares (profesorado, alumnado, sabiendo que los efectos de la educación son a largo plazo?.
3). o ¿dejaremos languidecer el sistema educativo público para que pase a manos de gestores?.Un saludo
7 de marzo de 2009 15:59

miércoles 4 de marzo de 2009

¡Despierta!

Gestaltsu es un Blog que informa.

quiero decir, que no se dedica a ... desbarrar, gemir, divagar, alborotar, pontificar...
...ni tampoco sirve de escenario para que su autor sala favorecido en las fotos,
su autor, que, me consta, mantiene cuidadosamente oculta su identidad.
Especialmente informa acerca de Gestalt, pero sus intereses abarcan -tal y como la genuina Terapia Gestalt- la situación Mundo Aquí Ahora.


En
recoge un artículo acerca de la salud mental y el capitalismo. Breve. Combativo.


"La atención sanitaria en los sistemas occidentales de seguridad social nace como estrategia de la clase dominante para garantizar que la fuerza de trabajo no escaseara. Son sistemas de seguridad social paliativos, que no hacen de la prevención socioeconómica (la seña de identidad de los modelos de salud revolucionarios) uno de sus pilares.

Pero ya en 1987 y en 1993 el Banco Mundial advertía de la “necesidad” de acometer reformas, como las actuales, en pos de la parasitación de lo público por parte de un capital sin ámbitos donde seguir generando plusvalor. Desde entonces, todos los gobiernos del Estado español (la democracia parlamentaria burguesa no entiende de siglas) han ido profundizando en las vías para la privatización: desde el Informe Abril, hasta la Ley 15/97, con argumentos de ‘manual de privatización’, a excepción de la ‘financiación directa’ por parte del paciente, la más impopulosa medida. Por lo demás (autonomía competitiva hospitalaria, ‘libre elección de médico’, acuerdos cooperativos hoy plasmados en las Entidades de Base Asociativa, contención y primas ante la reducción del gasto farmacéutico y de pruebas...) está todo inventado. Y, como no puede ser de otra manera, existe un correlato ideológico que ayuda a sostener la situación.


Ese correlato se sustenta en la negación de las causas sociales de la pérdida de salud, así como en la culpabilización de la víctima. Serán los comportamientos individuales, dicen, los que nos salven de caer en las enfermedades. Que cada uno de nosotros se preocupe por una buena prevención conductista, que si falla ya paliarán el síntoma. Pero en salud mental la contradicción es aún más clara. La culpabilización de la víctima se hace al mismo tiempo que la construcción social de mentes donde la tolerancia a la demora temporal, al refuerzo inmediato, al hedonismo y a la conquista compulsiva y veloz de objetivos de consumo. Como solución, te ponen en bandeja el consumo de psicofármacos."



No es lo mismo que lo que tratamos de dilucidar si sucede en la educación. No es lo Mismo. A menos que, como decía Silvio Rodriguez (aunque se refería a cosas mucho más sabrosas...)
"...que no es lo mismo
pero es igual...".


Quedan invitados a leer el artículo entero, pasear por el Blog y reflexionar.


lunes 2 de marzo de 2009

Polémica: Entrando en materia

Saludos!!! Puse un comentario hace algunos días y parece que no se ha colgado!!

Iba en la línea de provocar un debate en torno a los males de fondo de la educación: tengo la impresión que uno de los pilares de la educación son los profesores y a ellos no se les ha formado con suficiente base para irse adaptando a los cambios necesarios que nos ofrece nuestro tiempo. Además algunos (muchos) somos funcionarios!!!!!!! Y ¿porqué mover algo si nadie me evalua, me cuida, me estimula? ...total los alumnos aprenden solos y cubrir el expediente ya lo sé hacer!!!

¿Es éste uno de los males???
Besos,
Neus.


Saludos:
Soy un intruso en el mundo educativo. Estudié Psicología, y puedo decirte que en la Universidad no se atendió en absoluto al hecho de que yo fuese a entrar en contacto
en mi profesión con sucesivas personas, y que el sesgo que yo imprimiese inadvertidamente
a mi orientación clínica, iba a ser recibido en forma de impacto por quienes acudiesen a mí
en busca de ayuda. En resumen: ninguna preparación en lo personal.

Puedo imaginar que eso mismo suceda con los profesionales de la enseñanza, pero no quiero solo "imaginar". "Imaginar" así no me lleva a "conocer"; solo me lleva a "fortalecer mis puntos de vista previos", se ajusten mejor o peor a los hechos.
Además, me cuesta imaginar que las escuelas de Magisterio, las carreras relacionadas con la pedagogía y los cursos de capacitación descuiden los aspectos de interrelación personal tanto como aquella facultad de Psicología descuidó los nuestros.

Mi pregunta es: lo que Neus señala, ¿hasta donde es cierto? ¿Es, tal vez, sólo un gran tópico que exista tal descuido en la formación personal? ¿hasta donde existe un descuido de la educación del enseñante, por ejemplo en esa adaptación al devenir de los tiempos? ¿existen diferencias notables entre distintas instituciones (escuelas, facultades...) o lo que se ofrece en este aspecto es igual para todos?

Ý, aprovecho como lego para pregunar a los expertos: No sé manejar con precisión los términos "educación", "pedagogía" y "didáctica". ¿Alguien puede, por favor, ayudarme a dar con su significado preciso?
Besos
fonografus.

lunes 23 de febrero de 2009

este puede ser el principio de una hermosa enemistad...!

El artículo anterior, el del aroma de naranjo, recibió el siguiente comentario deNeus :

"Con tristeza tengo que estar de acuerdo con este análisis, pero también con la esperanza puesta en que muchos educadores ya estan por el cambio y trabajando, si no en una radicalización
de la educacción, sí en un cambio de conceptos i de maneras !Yo no me atrevo a salir del sistema pero siguiendo las leyes (se pueden leer e interpretar) hay caminos y posibilidades de trabajo esperanzador para el cambio, aunque haya que empezar de menos a más!!!! Saludos,Neus".


a lo que quienquiera que firme como "El Blogger Recalcitrante de Siempre" contestó:

Neus, qué gusto escucharte. Yo conozco abundante cantidad de educadores comprometidos a fondo con cambiar. En mi caso, conozco muchos más responsablemente implicados en mejorar
la educación que profesores-rémora, pasivos o siplemente apáticos. Me gustaría abrir un debate contigo y ampliarlo a quien quiera: algo así como "si hay tanta gente decente que está haciendo cuanto puede por la educación, ¿es oportuno el denunciar -como en el texto de Claudio- desesperantes malos de fondo? ¿para qué puede servir tal denuncia? ¿o es contraproducente?Algo que parta de ahí, y se admiten enunciados nuevos. Podríamos, tal vez, irlo reflejando en sucesivos capítulos de este mismo Blog, y ahora que Cataluña y Zona vasca están constituyéndose en grupos activos, tal vez pudiésemos discutir y aprender...

Y Neus, a su vez, dió esta contraréplica:

HOOOOLA!!!Qué tal? Cómo vas??? El gusto de escucharte es mío!
Respecto al debate ahora no sé si puedo valorar la oportunidad de la denuncia, no tengo
ni idea de si es un buen o mal momento pero lo que tengo claro es que el debate responsable y con buenas ideas es siempre valioso por lo que tiene de compartir. Así que iniciar un debate en torno a "los males de fondo" en la educación puede ser rico, y partiendo de la discusión quizás se pueda valorar una denuncia y tambien cómo hacerla. Cuenta conmigo para la discusión.... ya sabes que no estoy nada cómoda en el conflicto pero cuando se trata de la educación me transformo ja ja !!! y me encanta poner en común las distintas ideas y discutirlas.
He aprendido mucho de la discusión en grupo comprometido para el cambio y la mejora de nuestro trabajo (que desde luego nos mejora también a nosotros).A por ello!!! Neus.

A lo que yo replico agradecido que me apunto también, y sobe todo, que te apunto a TI, a TI,

te invito a que digas. O te reto a que digas. O apelo a tu sentido de la responsablidad para con los demás para que digas.


-(¿Para que diga qué ??)
-Para que digas cuales son desde tu punto de vista los problemas que muestra el mundo de la educación.

-(¿ puedo contar lo de la jefa de estudios de mi Instituto, que es una nue...?)

- Puedes, sin duda. Y entonces alguien te contestará que eso es más bien un problema personal tuyo que un Problema General. Pero tal vez otro reflexionará y dirá que por eso mismo, por ser un problema personal pero que tiñe el día a día y afecta por lo tanto al claustro entero, y este al alumnado, y este a las familias, y... ; precisamente por eso, sí es un problema general, y aún el mayor de todos, que es el problema de la formación personal...en fin, que a este aún alguien le sacará punta, o señalará un recurso, o un texto preferido...

pero, ¿qué digo?

¡estoy soñando en voz alta!
Abro sección en el Blog
para dar cobijo a esto.
Lo llamaremos "polémica".
Que goce de larga vida.

Y TU, quedas invitada

y TU también, invitado.




viernes 20 de febrero de 2009

El aire trae aromas de naranjo

De cuando en cuando, un soplo (¿o un resoplido?) con aroma cítrico, punzante,
¡qué bien que viene!

"Respecto de la critica de la educación, la paradoja es
que por un lado nos hemos llenado con el lenguaje e impetu de la reforma
que tiende a aspectos de gestión que pueden ser muy necesarios,
y que incluye también en su discurso dimensiones del aprendizaje,
el enfoque cognitivo, la dimensión afectiva etc.


Pero curiosamente, como dice Claudio Naranjo en todo este lenguaje
raramente aparecen palabras como Amor, Amar y Corazón
y además contrasta tanta retórica de amplitud de criterios
con tanta práctica de ritualidad y estrechez de criterio.


Seguimos con una educación, señala Claudio,
donde el carácter reproductivo es el que predomina,
en lugar del carácter libertario.







A pesar de contar con un discurso público exactamente inverso sobre la educación,
la educación sigue sobre orientada a metas de productividad.
( Recordemos el hombre unidimensional de Marcuse).
La idea de educar para una sociedad de conocimiento, al final,
termina reduciéndose a educar para conseguir buenos empleos.

La educación como espacio de bloqueo de potencialidad humana
más que de desarrollo, precisamente por esta unidimensionalidad.

Pensemos por ejemplo que cuando los niños entran en el colegio
están en su mayor capacidad motricidad, ¿no es cierto?,
y lo primero que hacen los profesores es hacerles que se queden quietos
durante cuarenta y cinco minutos seguidos,
a ver si pueden....


La educación en su fracaso, al menos :triple para prepararnos para el futuro, como seres humanos unidimensionales y finalmente, como capital humano,
porque aún en eso que la educación pretende ser exitosa,
fracasa, ¿no es cierto?,
no nos prepara para los desafÍos profesionales del futuro y como ciudadanos
porque tiende mas bien a inculcarnos una relación vertical, profesor - alumno,
cuando la ciudadanía debería ejercerse precisamente en ese aprendizaje de reciprocidad.



La educación, señala Claudio Naranjo, como fábrica de infelicidad
para alumnos y profesores, para los dos,
y la crisis de la pertinencia a la educación que encuentra su mejor expresión
en la irratibilidad y la impaciencia de los propios educandos
que rápidamente se dan cuenta
de que lo que aprenden
no tiene mucha relevancia"...



(Martin Openhein, comentando el "Transformar la educación..." de C. Naranjo.

viernes 13 de febrero de 2009

Segun Abordemos la Traducción...




Muchas veces me han preguntado que significa las
siglas SAT y no estoy segura haber sabido contestar.

Ahora que me hago la pregunta ¿qué ha supuesto
para mí los SAT? me brota la respuesta con total claridad....
para mí han supuesto
SALUD, ATENCIÓN Y TOLERANCIA.


(Maribel F. M., en "Odisea")

jueves 12 de febrero de 2009

Una reflexión en paralelo


Juan Palacios, a quien presenté tiempo atrás,
reflexiona así acerca de afrontar dificultades en las organizaciones. Me tomo la libertad de fusilarlo; no habla de la organización educacional, pero va en paralelo y lo uno y lo otro comparten iguales problemas, ¿no?


"Nada sucede sin transformación personal"Edward Deming
Justo con el título con el que encabezo esta entrada, hace unos días, he diseñado e impartido un microtaller experiencial para una de las principales entidades financieras españolas.
En el mismo, hemos experimentado las severas dificultades que nos imponen nuestros modelos mentales para transitar eficazmente por un entorno de cambio paradigmático; hemos constado, desde la acción, nuestros conflictos limitadores ante el desaprendizaje; y hemos reflexionado hacia dónde sería imprescindible que se encaminaran las políticas organizacionales de Recursos Humanos, en los albores del tercer milenio.

Concretamente, en lo referente a este último apartado, he definido seis principios basales que considero imprescindibles para generar la emergencia de una organización humanizada.
Comparto con vostr@s el enunciado de esos seis principios, y os emplazo a futuras entradas en las que iré ampliando y definiendo cada uno de ellos. Espero que os sirvan y que puedan ayudaros a dinamizar vuestras reflexiones.

PRINCIPIOS PARA LA EMERGENCIA DE UNA ORGANIZACIÓN HUMANIZADA
1.- Los seres humanos no somos recursos.
2.- Las personas que trabajan en la organización, han de poder integrar su dimensión cognitiva, emocional e instintiva.
3.- Sólo tendremos organizaciones sostenibles, con trabajadores sanos, si atendemos al rol, a la persona y al ser humano.
4.- Sólo un líder humanizado puede desempeñar un management humanizante.
5.- Un líder humanizante sólo puede llegar a serlo transitando por un profundo proceso de desarrollo y transformación personal.
6.- Sólo tendrán éxito en un paradigma humanizado aquéllas organizaciones que implementen políticas para desarrollar la autoconciencia.

(Cierro el post con una reflexión alegórico-visual de “El Roto”...)

lunes 9 de febrero de 2009

Un collage tramposo... y algo más.



Quiero perfilar, definir el término "Transformación", y tiro de Wiki y todo lo que encuentro son infinitas modalidades de Transformaciones matemáticas. Así que voy a Google y miro or allá por la página veinte o treinta, y caigo en un artículo que no entiendo bien...

Pero allí está la palabra Transformación... y deslizo la vista y...

¿Conoceis aquello de "Poncio Pilatos fué crucificado"?
se obtiene recortando la oración del Credo al gusto del recortador: ..."padeció bajo el poder
de Poncio Pilatos / Fué crucificado, muerto y sepultado..."

Así que esta entradilla es. sobre todo, un ejemplo de esa técnica tramposa; solo en segundo luar es lo que parece, una aproximación a la definición de Transformación.

Pido Perdón! (Aunque, tampoco está del todo mal lo que dice... lo que le hago decir...)



"En su línea argumental, afirma que nuestras instituciones no funcionan


Y en este proceso de cambio, la innovación, como concepto es inadecuado para abordarlos. Porque la innovación es escasa, incremental, pequeña y común. La innovación implica cambiar lo existente. La transformación implica crear lo que es nuevo, es lo que necesitamos en estos momentos, crear una cantidad enorme de cosas nuevas.


Los principios del diseño para la transformación son básicos y cercanos al sentido común: comenzar identificando el verdadero problema; buscar y desarrollar soluciones basadas en las evidencias y no en ego; poner a las personas en el corazón de la solución y basarse en la co-creación en vez del trabajo individual".

jueves 5 de febrero de 2009

¡Ya que hacemos algo, vamos a hacerlo bien! (El Gran Wyoming)

Departiendo acerca del proyecto de naranjo para promover la transformación de la sociedad a mediante la transformación de la educación, buscaba yo un adjetivo para tal empeño y no era quijotesco. Era más bien algo como en aquel cuento chino de mover montañas... cómo era, dónde rediez lo localizo ahora...
en una carpeta, en el almacén de los sueños, en la primera página que abrí: allí estaba.
Se titula
DE CÓMO EL VIEJO TONTO REMOVIÓ LAS MONTAÑAS

Las montañas Taihang y Wangwu tienen unos setecientos li de contorno y diez mil ren de altura.
Al norte de estos montes vivía un anciano de unos noventa años al que llamaban El Viejo Tonto. Su casa miraba hacia estas montañas y él encontraba bastante incómodo tener que dar un rodeo cada vez que salía o regresaba; así, un día reunió a su familia para discutir el asunto.
- ¿Y si todos juntos desmontásemos las montañas? – sugirió –. Entonces podríamos abrir un camino hacia el Sur, hasta la orilla del río Hanshui.
Todos estuvieron de acuerdo. Sólo su mujer dudaba.
- No tienen la fuerza necesaria, ni siquiera para desmontar un cerrejón – objetó –. ¿Cómo podrán remover esas dos montañas? Además, ¿dónde van a vaciar toda la tierra y los peñascos?
- Los vaciaremos en el mar – fue la respuesta.
Entonces el Viejo Tonto partió con sus hijos y nietos. Tres de ellos llevaron balancines. Removieron piedras y tierra y, en canastos los acarrearon al mar. Una vecina, llamada Jing, era viuda y tenía un hijito de siete u ocho años; este niño fue con ellos para ayudarles. En cada viaje tardaban varios meses.
Un hombre que vivía en la vuelta del río, a quien llamaban El Sabio, se reía de sus esfuerzos y trató de disuadirlos.
- ¡Basta de esta tontería! – exclamaba –. ¡Qué estúpido es todo esto! Tan viejo y débil como es Ud. no será capaz de arrancar ni un puñado de hierbas en esas montañas. ¿Cómo va a remover tierras y piedras en tal cantidad?
El Viejo Tonto exhaló un largo suspiro.
- ¡Qué torpe es Ud.! – le dijo –. No tiene Ud. ni siquiera la intuición del hijito de la viuda. Aunque yo muera, quedarán mis hijos y los hijos de mis hijos; y así sucesivamente, de generación en generación. Y como estas montañas no crecen, ¿por qué no vamos a ser capaces de terminar por removerlas?
Entonces El Sabio no tuvo nada que responder.

Opinión tajante, pues!


En el Muy Vivo Blog de Zibereskola -Josu Garro me lo ha descubierto, aparece un osado artículo- entrevista referido a Roger C. Schank, presidente de Socratic Arts, ppublicado originalmente en la revista digital Kindsein.

Presento aquí un trozo -o pedazo-, y quien se interese por leerlo completo, que lo busque aquí:


K: ¿Para qué sirve la escuela tradicional? ¿Qué se aprende en ella?
RS: Todo el colegio es una pérdida de tiempo si piensas que su papel es realmente el aprendizaje. La educación más importante ocurre en casa o en el trabajo. La mayoría de lo que se aprende en el colegio se olvida. Lo que sí aprenden los niños en el colegio es cómo tratar con otros niños, con la autoridad, con las normas, etc. Muchas veces, un mal profesor es el que es mezquino o descuidado en su trato con la gente. Esos profesores deberían ser despedidos, porque su papel principal, en mi opinión, es apoyar a los niños.


K: ¿Hay alguna escuela en el mundo donde se pueda ir a "aprender haciendo"?
RS: Sí. Aprender haciendo se utiliza como método de enseñanza en escuelas de comercio, en el trabajo, en el ejército y en cualquier área en la que esperemos que la gente consiga algo. En la escuela, eso no se intenta realmente. Se espera la memorización de los hechos aleatorios que las autoridades consideran importantes. Como no hay que hacer nada, ¿por qué enseñar así? El tema clave es el cambio en el plan de estudios, para que el examen principal sea de rendimiento, no de competencia.


K: ¿Algún consejo final para los padres? Puedes darnos alguna buena noticia sobre el futuro de la educación. ¿Hay alguna solución? ¿Hay algo que podamos hacer?
RS: Ha habido colegios buenos en muchas partes a lo largo de los siglos. El problema es el sistema, no los colegios en particular. Puede haber buenos profesores y buenas experiencias en el colegio, pero son la excepción y no la regla. La buena noticia es Internet. Podemos crear buenas experiencias educativas e inmediatamente permitir a cualquier niño del mundo participar en esas experiencias. Un plan de estudios bien construido una vez puede utilizarse en todos los colegios y hogares del mundo mientras haya mentores en línea para ayudar.


¿Podemos hacerlo? Seguro que sí. Convence a tu gobierno de que construya un puente menos
o un misil menos y tendremos el dinero necesario.
El gobierno es el problema, y no porque sea malo sino porque no tiene ni idea y es rehén de intereses muy poderosos que quieren impedir el cambio.
Los millonarios hablan de ayudar pero siempre
se refieren a enseñar las antiguas asignaturas de alguna forma nueva que mejore las puntuaciones.


El objetivo no son las notas de los exámenes, sino la felicidad. La felicidad proviene de una vida emocionante, que incorpora habilidades laborales, capacidad de razonamiento, capacidades personales, ...


(me salto, claro está, lo más polémico...)